Come possono essere prevenute le cadute dei pazienti?
I letti ospedalieri ultra‑bassi sono ampiamente riconosciuti come uno strumento efficace nella prevenzione delle cadute e nella riduzione del danno, grazie alla loro altezza ridotta che diminuisce la forza d’impatto.
Con l’aumento dell’attenzione sui costi fisici, psicologici ed economici delle cadute, la scelta del letto più appropriato per i pazienti vulnerabili è fondamentale per affrontare uno dei principali fattori che contribuiscono all’aumento previsto della pressione dell’invecchiamento sul sistema sanitario.
Un letto ultra‑basso dovrebbe garantire due benefici essenziali:
- Un’altezza minima sufficientemente bassa da ridurre il rischio di lesioni correlate a una caduta.
- Un’altezza ottimale per la mobilizzazione, programmabile e memorizzabile per ogni paziente, per facilitare l’uscita dal letto.
Il rischio di lesioni da caduta può essere previsto attraverso la relazione tra l’altezza del letto e il rischio di danni, calcolando l’energia potenziale gravitazionale (GPE): più una persona cade da in alto, maggiore sarà l’impatto (e quindi il potenziale di lesione).
Incremento relativo della GPE in base all’altezza del letto
- Un’altezza del letto di 32 cm aumenta la GPE del 31% rispetto a un’altezza di 21 cm.
- Un’altezza del letto di 38 cm aumenta la GPE del 49% rispetto a un’altezza di 21 cm.
Sfortunatamente, non tutte le cadute dei pazienti possono essere prevenute.
Tuttavia, un letto con altezza ultra‑bassa può contribuire in modo significativo a ridurre la gravità delle lesioni se posizionato alla sua altezza minima quando il paziente è sdraiato.
Le spondine laterali possono aiutare a prevenire le cadute accidentali dovute al rotolamento fuori dal letto. È importante che siano conformi allo standard BS EN ISO 60601‑2‑52, che garantisce un’altezza sufficiente tra la parte superiore del materasso e la parte superiore della sponda, in modo da evitare che il paziente scivoli accidentalmente oltre.
Modalità per mobilizzare i pazienti in sicurezza
Per mobilizzare un paziente in modo sicuro, i piedi devono poggiare completamente a terra mentre è seduto sul bordo del letto, così da consentire la postura “naso sopra le punte dei piedi” prima dell’alzata in piedi.
L’altezza ideale del letto per ottenere ciò corrisponde alla statura poplitea del paziente.
Di conseguenza, la distribuzione delle stature poplitee nella popolazione dovrebbe determinare l’altezza minima richiesta dalla combinazione letto + materasso.
I dati pubblicati sulla statura poplitea¹² sono stati analizzati per determinare quale percentuale della popolazione possa raggiungere una posizione sicura (piedi saldamente a terra) con letti di diverse altezze minime.
Ai fini dell’analisi, le altezze dei letti sono state combinate con un materasso statico standard da 14 cm.
I risultati mostrano che:
- Un’altezza piattaforma di 21 cm combinata con un materasso in schiuma da 14 cm offre un’altezza ottimale per una mobilizzazione sicura per oltre il 99% degli uomini e il 96% delle donne.
- Un’altezza del letto di 32 cm permette una mobilizzazione sicura solo per il 16% degli uomini e meno dell’1% delle donne.
- Un’altezza del letto di 38 cm consente una mobilizzazione sicura a meno dell’1% della popolazione, aumentando notevolmente il rischio di caduta durante la fase di uscita dal letto.
In sintesi
I dati mostrano che, quando si considerano i letti ospedalieri più efficaci per ridurre il rischio di cadute e lesioni correlate, l’altezza del letto svolge un ruolo cruciale per la mobilizzazione sicura del paziente:
- Altezza ultra‑bassa minima: riduce le lesioni da caduta grazie alla minore forza d’impatto.
- Altezza ottimale per l’uscita (popliteal height): consente una mobilizzazione sicura al maggior numero possibile di pazienti, riducendo il rischio di cadute.
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Riferimenti
- International Journal of Occupational Safety and Ergonomics: Anthropometry for Design for the Elderly, Kothiyal & Tettey (2001).
- Anthropometric Survey of U.S. Personnel: Summary Statistics Interim Report, March 1989. Gordon, Claire C. et al. (1988).



